La Torre Nera, un capolavoro senza tempo

Un lungo viaggio, sette libri (escludendo lo spin-off La leggenda del vento) in cinque anni, attraverso il Medio-Mondo, il Fine-Mondo, l’Entro-Mondo e il Mondo-Cardine. Per la salvezza della torre! Volendo potrei scrivere dieci, venti cartelle, su quest’opera incredibile, ma finirei per tornare sempre allo stesso punto, ovvero che La Torre Nera è una saga magnifica, scritta con un linguaggio articolato, raffinato, a tratti incomprensibile. Sì, perché è ora che venga detta la verità: Stephen King non è uno scrittore semplice. Assolutamente no. Lo si può pensare per via dei numerosi adattamenti cinematografici, o per via dei “libri minori” sparpagliati in giro per il globo, tuttavia sarebbe un abbaglio colossale, e nella Torre Nera questo aspetto emerge con insindacabile chiarezza.

Per leggere King, infatti, e gustarselo al 100%, serve una conoscenza enciclopedica della cultura pop americana. Bisogna essere degli appassionati di sport made in USA, e senza dubbio bisogna avere la giusta curiosità per entrare in un vasto micro-universo cinematografico/musicale. Un’esperienza a 360° che spazia dall’omaggio alla citazione, fino ad arrivare a un ri-arrangiamento dell’idea di partenza (e qui mi viene in mente il quinto capitolo della saga, I lupi del calla, dove il Re omaggia e reinventa I magnifici setteI sette samurai frullandoli alla propria maniera, sulla falsariga di ciò che Tarantino fa nel cinema). Insomma, una follia che si dipana in più segmenti, sfociando in vette altissime, deliranti e geniali.

E vogliamo parlare dei termini inventati? Esiste un glossario variegato di termini che Stephen King ha inventato per la sua creatura in sette volumi (il numero 7 torna a farci compagnia). Tra questi è impossibile non citare: Commala, quale danza e mantra, il KA, la rivisitazione kinghiana del destino o karma. Oppure i vari Contezza, Dinh, Gan, Prim e Sigul. Termini che spaziano dalla religiosità alla spiritualità, passando per il simbolismo storico e fantasy. Non sorprenda, quindi, che La Torre Nera oltre a essere uno sci-fi western dalle tinte apocalittiche, sia anche un ribaltamento-affiancamento della leggenda di Re Artù o del Signore degli Anelli.

King ama Tolkien e lo percepiamo dal fatto che il Re Rosso (il villain supremo) sia in realtà la sua personale visione di Sauron. Senza tralasciare il fatto che Mordred (il figlio del protagonista, Roland di Gilead) sinistramente ricordi Gollum, per il modo in cui segue e pedina “i nostri eroi”. Come l’ex Smeagol fa a tutti gli effetti con Frodo e Sam.

Su Re Artù la situazione è ancor più evidente, inguarbugliata e stimolante. Arthur Eld è Artù, le pistole di Roland sono create con i materiali restanti di Excalibur. Randall Flagg/Walter o’Dim, demone, mago, doppiogiochista e maestro dei tarocchi, è il presunto figlio di Maerlyn (e non Merlino) oltre a manifestarsi come uno dei personaggi più belli e complessi mai scritti dal Re. Mostro demoniaco che si può ritrovare anche nel celebrato The Stand.

Sì, esatto. Avete letto bene. Connessioni. Un’opera magna biblica. Perché come ammesso da lui stesso, nella Torre Nera troviamo i riferimenti a tutte le opere chiave di Stephen King. Ed elencarle sarebbe una vera impresa, ma è doveroso tentare: IT, Cujo, Misery, Shining, Insomnia, Cuori in Atlantide… e via dicendo, sono muscoli e venature che si incrociano e si sfiorano nella storia di tutte le storie, così grande da racchiudere King quale personaggio vitale per lo sviluppo della narrazione (de)scritta su più livelli. Un uomo, uno scrittore, al servizio di Gan (Dio) che dovrà portare a termine la missione, pena la morte (e la data 19 giugno 1999 in questo senso ha molti significati criptati e non).

Vorrei dilungarmi, ma non posso, non voglio. Per non rovinare la lettura, o perdermi in un giro di parole così sfiancante da competere con la ricerca della Torre. Posso aggiungere però queste poche righe: I tomi sono stati pubblicati tra l’inizio degli anni ’80 e il 2004. Il quarto volume, La sfera del buio, è senz’altro il più poetico. Un libro mastodontico per come affronta il genere western e le sfumature legate al tema dell’amicizia e dell’amore. Brutale il secondo capitolo, La chiamata dei tre, dedicato al moltiplicarsi delle dimensioni. Caotico, mostruoso dal punto di vista stilistico. Per non parlare del terzo, Terre desolate, dove un treno parlante innamorato degli indovinelli la farà da padrone.

A chiudere il cerchio: La canzone di Susannah e La torre nera, pezzi di un puzzle ciclico come l’esistenza. Avvinghiati al primo volume L’ultimo cavaliere. Domande che si trasformano in risposte grazie alla curiosità, e grazie alla crescita interiore, al dolore. Come dicevo all’inizio, quella che ci pone King è una sfida, un percorso da fare al fianco dei personaggi. Personaggi unici, caratterizzati, iconici, per certi versi indimenticabili. Roland, un Clint Eastwood sotto mentite spoglie, Jake & il suo tocco, Eddie Dean (che tanto ricorda il Jesse Pinkman di Breaking Bad), Susannah, il Perè Callahan (Le notti di Salem) e Oy, il bimbolo (altro termine inventato) metà cane e metà procione.

Il mio consiglio personale è: Leggete quest’avventura. Leggete La Torre Nera. Andate oltre le difficoltà, oltre i vocaboli astrusi o i personaggi secondari che raschiano le unghie sulla lavagna. Accettate la sfida, e vedrete che ne sarà valsa la pena, attraverso una serie corroborante e pregna di contenuti.

Suonate il Corno di Eld, fatevi affascinare dai versi di Robert Browning, scoprite i vettori e i frangitori. Bevete Nozz-A-La, ritrovate la simpatia tagliente di Ted Brautigan, scandagliate le profondità sconcertanti dei Can-toi, evitate le aramostre e la città di Lud. Viaggiate nelle varie dimensioni aprendo le porte-introvate, fatevi irretire dai Manni, innamoratevi di Susan Delgado. Ballate anche voi la Commala, e soprattutto disegnate, intagliate, suonate, scrivete, coltivate rose (il simbolo della resistenza), perché l’arte non ha limiti, la musica non ha limiti, e Stephen King ha svelato questa verità nel modo più estroso possibile, creando un storia senza tempo.

Un capolavoro senza tempo.